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Cenni Storici
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Il mito di Aci e Galatea

Nella striscia di costa jonica contrassegnata dai "Faraglioni di Acitrezza" è ambientata una delle leggende più poetiche dell'antichità, quella che racconta la vicenda passionale della bella ninfa Galatea, figlia del dio marino Nereo, e del suo innamorato, il mite pastorello Aci.

Secondo l'antico racconto, il rozzo ciclope Polifemo, invaghitosi della ninfa, schiacciò il rivale sotto un macigno e gli Dei, impietositi dallo strazio di Galatea, trasformarono il sangue del pastorello in un fiume che trova pace nel mare dove l'attende l'abbraccio affettuoso dell'innamorata. La fantasia ha così personalizzato, ammantandoli di poesia, l'infuriare periodico dell'Etna (interpretato dalla violenza del ciclope Polifemo), la spuma del mare (il candore della pelle della ninfa Galatea) e il fiume Aci, che scorreva lungo la costa jonica (il pastorello innamorato).

Aci e Galatea nell'arte

L’amore di Aci e Galatea ha ispirato nei secoli letterati, pittori, scultori e musicisti.

Alla leggenda di Aci e Galatea dedicò uno dei suoi "Idilli" il poeta Teocrito, vissuto tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo. Il racconto passò quindi nella letteratura romana dove trovò il suo più grande cantore nel poeta Ovidio che riservò alla romantica vicenda gran parte del libro XIII del suo poema "Le Metamorfosi".

Varie immagini che rievocano la vicenda sono dipinte su molti vasi dell'antica Grecia, in tombe etrusche e negli affreschi delle rovine di Pompei.

Anche il grande Raffaello dedicò uno dei suoi capolavori al mito della bella ninfa siciliana: agli inizi del Cinquecento dipinse infatti un grande affresco nella Villa Farnesina di Roma per esaltare “Il trionfo di Galatea”.

Nella prima metà dell’Ottocento uno scultore siciliano, Rosario Anastasi, tradusse in marmo la disperazione di Galatea vicino al suo Aci ucciso da Polifemo. La scultura gli procurò la medaglia d’oro all’Esposizione di Belle Arti di Palermo del 1846: ora è conservata nella Pinacoteca Zelantea di Acireale e una copia è esposta nella villa Belvedere della stessa cittadina.

L'amore di Aci e Galatea ha ispirato anche molti musicisti. Il poeta Pietro Metastasio scrisse il testo per una cantata, "Ciclope", musicata da Bonifazio Asioli (1769-1832), che venne rappresentata a Napoli nel 1787. Tra gli altri, il grande compositore Georg Friedrich Händel scrisse nel 1708 una serenata intitolata "Aci, Galatea e Polifemo" e poi, nel 1720, un oratorio profano, "Acis and Galatea".

Madre dell'Etna

L'isola e i faraglioni antistanti Acitrezza non costituiscono soltanto un'attraente bellezza paesaggistica: hanno anche una grandissima importanza storica e scientifica giacché, assieme allo spuntone roccioso sul quale è costruito il castello di Aci, sono la più antica testimonianza di quell'attività vulcanica che è ora incentrata nell'Etna. Fino ad un'epoca che gli studiosi fissano a circa 500 mila anni addietro, la montagna dell'Etna ancora non esisteva e nella zona compresa tra gli attuali Capomulini e Augusta si apriva un grandissimo golfo che rientrava verso l'interno dell'isola inoltrandosi fino alle colline sulle quali sorge ora il paese di Adrano (dove difatti sono stati trovati recentemente fossili marini).

Nel golfo c'era un vulcano sottomarino che, circa 500 mila anni fa, fece una grande eruzione innalzando la lava fin sopra il livello del mare: l'isola e gli isolotti, assieme alla rocca di Acicastello, sono appunto i resti di quella fase eruttiva. Successivamente il vulcano spostò la propria attività verso nord creando un monte, indicato dagli studiosi con il nome di Trifoglietto, che poi collassò sprofondando e lasciando come traccia la grande depressione ora conosciuta come Valle del Bove. Dopo questi due grandi episodi parossistici l'attività vulcanica, spostando stavolta la propria direzione verso ovest, ha fatto nascere e crescere con eruzioni successive l'attuale massiccio dell'Etna che ha incorporato i resti dell'antico Trifoglietto. Gli scienziati di vulcanologia sono pervenuti alla certezza che il golfo di Acitrezza-Acicastello ha costituito sostanzialmente la prima culla dell'attuale vulcano Etna dopo aver sottoposto ad accurati studi la natura particolare delle lave che caratterizzano la rocca di Acicastello, l'isola Lachea e i faraglioni.

La forma colonnare (o "a canne d'organo") delle rocce verticali e quella a "pillow" che si riscontrano sotto il castello di Aci e negli isolotti indicano che l'eruzione di queste lave avvenne sotto il livello del mare. E, inoltre, le argille biancastre del fondo marino, innalzate dalla lava durante quell'eruzione preistorica, in massima parte sono state erose a contatto con gli eventi atmosferici ma sono ancora visibili a "cappello" sull'isola Lachea e sul più grande dei faraglioni.

Ministoria del paese

Acitrezza ha una storia che comincia all'epoca della dominazione spagnola in Sicilia e si sviluppa per circa tre secoli e mezzo. Agli inizi del ‘600 la "Terra di Trezza" era una zona disabitata nella quale alcuni mercanti della città di Aci Aquilia (che nel 1642 avrebbe preso il nome di Acireale) tenevano vasche di acqua stagnante (le "gurne") per farvi macerare lino e canapa e lavorarli come cordame. Nel 1639 la comunità di Aci Santi Antonio e Filippo ottenne di staccarsi da Aci Aquilia e quindi venne data in feudo alla famiglia dei principi Riggio (o Reggio) di Campofiorito.

La "Terra di Trezza" era lo sbocco a mare del feudo, una fascia di pochi chilometri incuneata tra Capomulini e il Castello di Aci (entrambi rimasti sotto il dominio della città di Aci Aquilia), e la famiglia Riggio ideò di creare in questa zona disabitata, di fronte all'isola e ai faraglioni, un piccolo scalo marittimo al servizio commerciale di tutto il feudo. Il dominio dei principi Riggio si sviluppò per circa un secolo, dalla seconda metà del ‘600 alla fine del ‘700. Indicati popolarmente come "i Principi di Jaci", dirigevano il feudo da Aci S. Antonio dove nel 1702 si fecero costruire in contrada Catena un grande palazzo (ora palazzo Càrcaci).

Personaggi notevoli della dinastia dei Riggio furono il Principe Stefano, che fondò il paese di Aci Trezza alla fine del ‘600 costruendovi una chiesa e un piccolo molo, e il suo fratello "cadetto" Andrea, che fu Arcivescovo di Catania.

La chiesa costruita dal principe Stefano Riggio come primo edificio della "Terra di Trezza" venne ultimata nel 1687 e dedicata a S. Giuseppe. Fu però distrutta dopo pochi anni, dal terremoto che l'11 gennaio del 1693 devastò tutta la Sicilia orientale. Ne venne costruita subito un'altra, ultimata nel 1696, che venne dedicata a S. Giovanni: è quella tuttora esistente al centro del paese.

Agli inizi del '700 Acitrezza aveva già circa 150 abitanti e nel corso del secolo la zona cominciò ad essere sempre più apprezzata come punto di approdo per la pesca delle sarde. L'autorità del principe feudatario era rappresentata localmente da un amministratore (chiamato "giudice segreto", forse perché nominato a discrezione insindacabile del principe), coadiuvato da "giurati" (che formavano il "decurionato"), da un responsabile dell'ordine pubblico ("capitano") e da un esattore del "fisco" (per i tributi finanziari).

Non esisteva ancora una strada costiera tra Acireale e Catania, che erano collegate soltanto mediante una carrozzabile che passava sulle colline, attraverso Valverde e Nizeti: la costiera (quella che è ora la strada statale 114) verrà costruita solo nel 1835. L'unico collegamento viario di Acitrezza era la cosiddetta "strada del principe", una carrozzabile che dal porto saliva fino al palazzo Riggio in contrada "Catena" di Aci S. Antonio.

Acitrezza ha una storia che comincia all'epoca della dominazione spagnola in Sicilia e si sviluppa per circa tre secoli e mezzo. Agli inizi del ‘600 la "Terra di Trezza" era una zona disabitata nella quale alcuni mercanti della città di Aci Aquilia (che nel 1642 avrebbe preso il nome di Acireale) tenevano vasche di acqua stagnante (le "gurne") per farvi macerare lino e canapa e lavorarli come cordame. Nel 1639 la comunità di Aci Santi Antonio e Filippo ottenne di staccarsi da Aci Aquilia e quindi venne data in feudo alla famiglia dei principi Riggio (o Reggio) di Campofiorito. La "Terra di Trezza" era lo sbocco a mare del feudo, una fascia di pochi chilometri incuneata tra Capomulini e il Castello di Aci (entrambi rimasti sotto il dominio della città di Aci Aquilia), e la famiglia Riggio ideò di creare in questa zona disabitata, di fronte all'isola e ai faraglioni, un piccolo scalo marittimo al servizio commerciale di tutto il feudo. Il dominio dei principi Riggio si sviluppò per circa un secolo, dalla seconda metà del ‘600 alla fine del ‘700.

Indicati popolarmente come "i Principi di Jaci", dirigevano il feudo da Aci S. Antonio dove nel 1702 si fecero costruire in contrada Catena un grande palazzo (ora palazzo Càrcaci). Personaggi notevoli della dinastia dei Riggio furono il Principe Stefano, che fondò il paese di Aci Trezza alla fine del ‘600 costruendovi una chiesa e un piccolo molo, e il suo fratello "cadetto" Andrea, che fu Arcivescovo di Catania. La chiesa costruita dal principe Stefano Riggio come primo edificio della "Terra di Trezza" venne ultimata nel 1687 e dedicata a S. Giuseppe. Fu però distrutta dopo pochi anni, dal terremoto che l'11 gennaio del 1693 devastò tutta la Sicilia orientale. Ne venne costruita subito un'altra, ultimata nel 1696, che venne dedicata a S. Giovanni: è quella tuttora esistente al centro del paese. Agli inizi del '700 Acitrezza aveva già circa 150 abitanti e nel corso del secolo la zona cominciò ad essere sempre più apprezzata come punto di approdo per la pesca delle sarde. L'autorità del principe feudatario era rappresentata localmente da un amministratore (chiamato "giudice segreto", forse perché nominato a discrezione insindacabile del principe), coadiuvato da "giurati" (che formavano il "decurionato"), da un responsabile dell'ordine pubblico ("capitano") e da un esattore del "fisco" (per i tributi finanziari). Non esisteva ancora una strada costiera tra Acireale e Catania, che erano collegate soltanto mediante una carrozzabile che passava sulle colline, attraverso Valverde e Nizeti: la costiera (quella che è ora la strada statale 114) verrà costruita solo nel 1835.

L'unico collegamento viario di Acitrezza era la cosiddetta "strada del principe", una carrozzabile che dal porto saliva fino al palazzo Riggio in contrada "Catena" di Aci S. Antonio. Alla fine del Settecento la dinastia dei Riggio si impoverì e in breve scomparve definitivamente dal panorama pubblico della zona. Intanto, la Sicilia, dopo essere appartenuta per breve tempo ai Savoia (dal 1713 al 1718), era tornata sotto il dominio spagnolo e poi, dal 1816, formò con il regno di Napoli il regno delle Due Sicilie. Nei primi decenni dell'Ottocento il governo borbonico attuò nella zona un riassetto amministrativo in seguito al quale, nel 1828, Acitrezza (assieme a Ficarazzi) fu separata dal Comune di Aci S. Filippo e venne aggregata a quello di Acicastello. Con il progredire dell'Ottocento, via via che scomparivano i maceratoi per la lavorazione di lino e canapa, l'economia di Acitrezza andò orientandosi sempre più decisamente verso la pesca, ma con risultati economici molto limitati che a malapena permettevano la sopravvivenza dei pescatori e delle loro famiglie. A metà dell'Ottocento la popolazione era di circa 750 abitanti raggruppati in circa 250 famiglie. La popolazione restò pressoché invariata fino agli inizi del Novecento.

Per la maggior parte del Novecento, l'attività dei pescatori, via via più agevolata dalla diffusione dei motori come propulsori di pescherecci sempre più grandi, fu la principale fonte di reddito del paese. Poi, verso la fine del '900, mentre crescevano in maniera imponente le dimensioni del commercio ittico, Acitrezza registrò un fortissimo sviluppo edilizio, spesso disordinato, sia per la costruzione di vari alberghi sia per la realizzazione di numerosi gruppi di "villini" destinati in gran parte ad ospitare catanesi sempre più attratti dai valori paesaggistici della zona. Nell'ultimo ventennio, infine, l'industria turistica è andata ampliandosi affiancando agli alberghi numerosi esercizi di ristorazione e ritrovi di svago che costituiscono, specie in estate, un costante motivo di attrazione per quanti abitano o visitano la vicina città di Catania

La fama turistica

La fama delle bellezze del paesaggio di Acitrezza cominciò a diffondersi in tutt'Europa tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento. Se ne fecero portavoce i "viaggiatori" del cosiddetto "Grand Tour", cioè gli uomini di cultura soprattutto francesi, tedeschi e inglesi, che all'antica destinazione di Roma cominciarono ad aggiungere alla fine del sec. XVIII il meridione d'Italia. Un grande editore francese, l'Abbé de Saint-Non, pubblicò a Parigi, tra il 1781 e il 1786, un'opera monumentale, il "Voyage pittoresque à Naples et en Sicile", che descriveva le località più belle dell'Italia del Sud illustrandole con 411 disegni. L'opera dedicava in particolare ad Acitrezza due tavole: una che raffigura i faraglioni (con la rocca di Acicastello lontano sullo sfondo) e l'altra che mostra, tra due faraglioni, la rocca di Acicastello e un veliero.

Il monumentale album di incisioni ebbe un eccezionale successo commerciale e diventò patrimonio delle biblioteche degli uomini di cultura di tutt'Europa. Ancora nella seconda metà del Settecento l'architetto francese Jean Houel, pittore di corte di re Luigi XVI, giunse in Sicilia e ne riportò a Parigi disegni ed acquerelli che, tra l'altro, raffiguravano l'isola e i faraglioni antistanti Acitrezza. Le opere di Houel ora sono esposte in varie pinacoteche francesi e nel museo russo dell'Ermitage a San Pietroburgo. E prima ancora che finisse il Settecento arrivò in Italia anche il più grande poeta tedesco, Wolfgang Goethe, che restò incantato dalla Sicilia e annotò nel suo diario: "L'Italia senza la Sicilia non lascia alcuna traccia nell'anima: è qui la chiave di tutto".

Il diario, con il titolo "Viaggio in Italia", venne poi pubblicato più di quarant'anni dopo la conclusione del viaggio, nel 1829. In questa sua opera, ora celeberrima, alla data del 5 maggio 1787, Goethe annotò che a Catania l'albergatore gli propose "una passeggiata a mare sulle rocce di Iaci, la più bella escursione che si faccia da Catania"; un gruppo di inglesi, che avevano preso persino una barca con la musica per accompagnarli -gli fu detto- ne aveva tratto "una gioia al di sopra di ogni immaginazione".

L'invenzione del gelato

La tradizione attribuisce ad Acitrezza l'invenzione di uno dei più gustosi ed apprezzati prodotti dolciari siciliani, il gelato. All'origine dei gelati, che ormai costituiscono una "categoria" gastronomica nella quale si fa ora distinzione tra sorbetti, granite (da qualcuno chiamate anche gremolate), "pezzi duri", spumoni e "coni", è l'antico sorbetto. Si tramanda che il sorbetto originario (bibita poco gelata, con l'aggiunta di dolcificante e sciroppi di frutta) sia stato inventato dagli antichi arabi, per aiutare a combattere l'arsura delle loro regioni desertiche; quel che è certo è che l'attuale nome deriva dalla parola araba "sherbet".

Quando, prima dell'anno Mille, gli arabi occuparono la Sicilia migliorarono la produzione del sorbetto aggiungendo nella lavorazione ingredienti che in Sicilia erano abbondantissimi: il limone e, soprattutto, la neve dell'Etna (mista a sale marino all'esterno dei contenitori, per aumentare il potere refrigerante). Secondo la tradizione, un abitante della "Terra di Trezza", verso la fine del 1600, avrebbe notevolmente perfezionato la produzione inventando uno speciale "pozzetto" (una rudimentale "sorbettiera"): ne sarebbero derivati i gelati (o "pezzi duri").

Un suo nipote - del quale si tramanda anche il nome, tale Francesco Procopio dei Coltelli- avrebbe quindi esportato il sistema in Francia aprendo a Parigi, nel 1686, il Café Procope. Il ritrovo, che esiste tuttora in Rue de l'Ancienne Comédie ( è il più antico caffè d'Europa), fu di gran moda nel Settecento e nell'Ottocento: fu frequentato, tra gli altri, da La Fontaine, Voltaire, Napoleone, Balzac, Victor Hugo, George Sand, Paul Verlaine e Anatole France, come ricorda una epigrafe sulla porta. Il merito dell'invenzione viene però rivendicato anche dalla Toscana: secondo alcuni studiosi, infatti, il gelato sarebbe stato esportato in Francia già nel Cinquecento da dolcieri fiorentini chiamati a Parigi alla corte della regina Caterina de' Medici.

La terra trema

Il regista Luchino Visconti, ispirato dall'attenzione sociale con la quale lo scrittore Giovanni Verga aveva trattato nel romanzo "I Malavoglia" i problemi dei poveri pescatori, ideò una trilogia di film sulla condizione dei lavoratori siciliani nel difficile periodo economico che seguì alla seconda guerra mondiale. Il primo film doveva riguardare la vita dei pescatori, il secondo quella dei braccianti agricoli e il terzo quella dei minatori. Visconti, però, realizzò soltanto il primo, "La terra trema". I tre film erano stati ideati originariamente come documentari per aiutare la campagna propagandistica del Partito comunista italiano in vista delle elezioni politiche del 18 aprile 1948.

Nell'estate del 1947 il regista Visconti compì un sopralluogo in varie località della Sicilia e quindi, per ambientare il primo dei tre documentari, quello riguardante le condizioni di lavoro dei pescatori, scelse Acitrezza, lo stesso paese nel quale Verga aveva localizzato il romanzo "I Malavoglia". Il film, girato in bianco e nero, con una rigida interpretazione dei canoni del neorealismo, venne interpretato esclusivamente da attori non professionisti, tutti pescatori o abitanti di Acitrezza, che parlavano, in presa fonica diretta, il dialetto locale. Come assistenti alla regia Visconti scelse due giovani, Francesco Rosi e Franco Zeffirelli, che sarebbero diventati entrambi registi di grande successo. Rosi era incaricato di tenere il "diario di lavorazione", mentre Zeffirelli aveva la responsabilità delle comparse, dei costumi e della scelta degli ambienti. Le riprese cominciarono nell'autunno del 1947. Non c'era una sceneggiatura: gli attori recitavano dialoghi che venivano scritti poco prima che cominciassero le riprese della giornata e che gli assistenti alla regia facevano "tradurre" lì per lì in dialetto siciliano.

Il Partito comunista aveva stanziato per l'operazione la somma di 30 milioni di lire che però, dopo appena poche settimane di riprese, si dimostrò assolutamente insufficiente. Visconti allora, sospesa la lavorazione del film, si recò a Roma dove, per procurarsi il denaro necessario per la prosecuzione, vendette alcuni gioielli di famiglia e, per ultimare la pellicola, si procurò un finanziamento integrativo del produttore Salvo D'Angelo della casa di produzione "Universalia Film". A questo punto, Visconti, ormai svincolato dal rapporto finanziario con il Partito comunista, modificò il proprio progetto: il film abbandonò lo stile del documentario e cominciò a diventare una specie di trasposizione cinematografica del romanzo "I Malavoglia" di Verga. Visconti, però, in aderenza alla propria ideologia personale marxista, apportò una modifica fondamentale: mentre l'opera dello scrittore è un ritratto corale "senza speranza" soffuso di pietà e di rassegnazione, il film fa intravedere una possibilità di riscatto attraverso la "rivoluzione" contro i soprusi sociali. L'opera venne presentata alla Mostra Cinematografica di Venezia del 1948 dove suscitò molti consensi da parte dei critici; il massimo premio della manifestazione, il "Leone d'oro", però, venne assegnato al film britannico "Amleto" di Laurence Olivier.

Al film di Visconti venne attribuito un premio "per i suoi valori stilistici e corali". Il film, della durata di 157', distribuito nelle sale cinematografiche, non ebbe molto successo commerciale, in gran parte per l' incomprensibilità del dialetto "stretto" che parlavano gli interpreti. Ne venne fatta quindi una seconda versione, più breve (dalla durata complessiva di 105') e con una nuova colonna sonora nella quale gli interpreti erano "doppiati" con un dialetto siciliano "italianizzato", più comprensibile. La pellicola, indicata dalla critica come uno dei documenti più significativi della corrente cinematografica del neorealismo, è stata recentemente restaurata. A distanza di mezzo secolo dalla realizzazione del film, Acitrezza ha dedicato a Luchino Visconti una delle piazze del paese, accanto a quella intitolata a Verga.

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